Hai dimenticato le credenziali per accedere al tuo sistema operativo Windows oppure al tuo Mac OS X? Niente paura con Kon-Boot!
Kon-Boot è un software in grado di bypassare il logon di sistemi operativi Microsoft e Mac OS X. La prima versione risale al lontano 2008, ma nel corso dei decenni il software si è evoluto.
Per l’uso di Kon-Boot è necessaria una pendrive con almeno 16GB di spazio libero, e l’accesso a Internet per procedere all’installazione. L’autore dichiara che Kon-Boot non funziona con tablet o dispositivi Surface (su cui sono installati s.o. multipli) né su VM. Per Apple, invece, risultano supportati solo le versioni a 64bit, ma non i Mac OS X con M1 (per maggiori dettagli puoi consultare il portale ufficiale https://kon-boot.com)
Distribuito inizialmente con licenza freeware, con il passar degli anni è diventato un software commerciale, e nel momento in cui sto scrivendo viene venduto in due versioni: una con licenza personale, l’altra commerciale. Quella personale costa 27$ e funziona solo se il computer “target” utilizza un account locale. La seconda costa 75$ e funziona sia se il target utilizza un account locale che un account on-line. E non solo: è anche in grado di superare i controlli del Secure Boot, quindi si può evitare di doverlo disabilitare dal BIOS (cosa che invece è indispensabile fare con la licenza personale).
Nel momento in cui sto scrivendo questo articolo, per quanto riguarda Microsoft, Kon-Boot può essere utilizzato sui seguenti sistemi operativi: Windows 11, Windows 10, Windows 7 (Ultimate, Professional e Home Premium), Windows 8 e 8.1, Windows Vista (Business, Home Premium nonché Home Basic), e Windows XP per i s.o. client, mentre per i s.o. server su Windows Server 2016, Windows Server 2012, Windows Server 2008 (Enterprise, Datacenter, e Standard edition), Windows Server 2003 (Enterprise, Datacenter, e Standard edition).
Come funziona? Kon-Boot si avvale di un bootkit: si innesta in maniera occulta nella memoria del BIOS, modifica temporaneamente il kernel consentendo a chi lo usa – una volta riavviato il pc/server – di aggirare il classico processo di logon. Non elimina le password, né le recupera, “semplicemente” al successivo riavvio consente di accedere al sistema operativo pur non conoscendo le credenziali.
Dopo aver effettuato il pagamento si riceverà un’email contenente la licenza d’acquisto, e il link per effettuare il download del software:
il link e la licenza per scaricare e installare Kon-Boot arrivano via email
Nello stesso messaggio vengono riportate anche le indicazioni per disattivare l’antivirus nonché delle URL che puntano ad alcuni pratici tutorial. Prima di scaricare Kon-Boot, tuttavia, è fondamentale disattivare l’antivirus poiché potrebbe catalogare l’utility come una minaccia informatica e bloccarla. Una volta terminato il download, occorre scompattare il pacchetto inserendo la licenza nell’apposito box, e accettare i termini di utilizzo. Occorre poi indicare al software dove salvare i file, e portare al termine l’estrazione seguendo le poche indicazioni mostrate nel video. Conclusa l’installazione, si aprirà la pagina principale del programma.
schermata principale di Kon-Boot, da cui è possibile creare una pendrive con supporto EFI
A questo punto bisognerà inserire la chiavetta in una porta USB, selezionare l’unità dal menù a tendina “Available USB drives”: ora digita l’indirizzo email utilizzato per il pagamento/download nel box contrassegnato con E-MAIL, e il codice di licenza in TXID. Infine fai click su “Install to USB stick”, attendi qualche minuto, e un messaggio ti avviserà che l’installazione sarà andata a buon fine.
Bypassare il logon Tenendo presente che con la licenza commerciale, per accedere, non si ha necessità di disabilitare alcunché, descriverò adesso la mia esperienza con la licenza personale: occorre inserire la chiavetta USB (che hai preparato in precedenza) nella porta USB del tuo target e riavviare il sistema. Accedi ora al BIOS facendo ripetutamente click su uno dei tasti (o sulla combinazione di tasti previsti dal BIOS del tuo pc/notebook/server) deputati allo scopo. Una volta entrato nel BIOS, nell’ordine d’avvio del sistema imposta al primo posto l’unità che identifica la porta USB in cui hai inserito la chiavetta, e assicurati di disabilitare il Secure Boot dalla sezione Boot. Infine, premi il tasto F10 e salva le modifiche.
Riavvia ancora il sistema e segui le istruzioni a video:
Pochi secondi, e il PC si avvierà consentendoti di accedere senza chiederti la password.
Per tornare all’uso normale (ossia ripristinando la maschera di logon in cui di norma vengono chieste delle credenziali per proseguire), invece, rimuovi la chiavetta dal computer e riavvia. Tutto sarà come prima, senza tracce evidenti (a parte alcuni log nell’Event Viewer di Windows…comunque eliminabili una volta che si è acceduto).
Come difendersi? La facilità con cui un attacker può manomettere un pc o un server grazie a Kon-Boot è disarmante, soprattutto considerando il fatto che con la versione commerciale non si ha neanche necessità di dover accedere al BIOS per effettuare la disabilitazione del Secure Boot (almeno fino alla versione 3.5, Kon-Boot è in grado di bypassare anche il meccanismo di protezione). Dunque, che fare? Impostare una password d’accesso al BIOS in modo da impedire all’attacker di accedervi (o quantomeno facendogli perdere molto tempo, con il rischio che venga scoperto) e modificare la configurazione, ma soprattutto installare un software crittografico come ad esempio BitLocker, VeraCrypt o FileVault in grado di impedire accessi non autorizzati ai file sul dispositivo, cifrandone il contenuto, e quindi impedendo di fatto all’attacker di poter leggere (perlomeno in chiaro, ossia per riuscirci dovrebbe prima portare a buon fine una crittoanalisi…non sempre un’attività scontata) e alterare i file.
Modelli di attacco informatico per aggirare l’autenticazione a due fattori (o 2FA, Two-Factor Authentication, come d’ora in avanti indicherò nell’articolo) ne esistono da anni, ma alcuni metodi stanno diventando sempre più pervasivi a causa dell’aumento delle organizzazioni che adottano e implementano la 2FA con leggerezza. Sebbene siano svariati i modi attraverso cui un attacker possa tentare di violare un account su cui è stata abilitata la 2FA, il presente post tratta di una tecnica facile da sfruttare, ma difficile da prevenire: i siti di phishing proxy.
I siti di phishing proxy sono versioni più avanzate della tipica pagina di phishing per la raccolta di credenziali, in quanto consentono l’intercettazione dei token di autenticazione. Tali siti sono anche noti come siti Man-in-the-Middle/Machine-in-the-Middle (“MitM“) o Adversary-in-the-Middle (“AitM“) poiché si pongono tra l’utente (vittima) e un servizio apparentemente legittimo ma impersonato dall’attacker.
Esistono diversi kit di phishing disponibili su GitHub, e creati per essere utilizzati da Red Team e penetration tester consentendo di creare i propri siti web da utilizzare in attacchi di phishing proxy: Evilginx2, Modlishka e EvilnoVNC sono tutti kit per effettuare phishing che dispongono di modelli per servizi popolari come Okta®, Microsoft 365® (“M365“), Google Workspace® e altri.
Evilginx2: una panoramica operativa Si tratta di un framework FOSS per realizzare attacchiphishing. Evilginx2 è scritto nel linguaggio di programmazione Go e viene fornito con vari phishlet integrati per imitare egregiamente le pagine di logon per Citrix, M365, Okta, PayPal, GitHub nonché altri sistemi e ambienti operativi: per ospitare il sito di phishing deve essere configurato utilizzando un’infrastruttura server nonché un dominio personalizzato.
L’attacker acquista un dominio, configura il DNS ed esegue i comandi necessari per strutturare il sito di phishing su di un server, ad esempio con il phishlet O365 integrato: nel periodo di tempo in cui il sito rimarrà attivo e raggiungibile, tutti gli utenti target che visiteranno il collegamento di phishing generato da Evilginx2 saranno accolti da una pagina web graficamente identica alla legittima pagina di accesso Microsoft. I comuni consigli di sicurezza informatica (“best practices”) sostengono che le pagine senza l’icona del lucchetto (la cui presenza indica l’effettiva adozione del protocollo di crittografia TLS tra client e server HTTPS) nella barra delle URL del browser dovrebbero mostrare una bandierina rossa in caso di attività dannose o di problemi con il certificato digitale: ma Evilginx2 a sua volta richiede l’adozione di un certificato TLS da Let’s Encrypt, una Certification Authority gratuita e (per usare un sottile eufemismo) poco attenta ai controlli di Identità, il che significa che le sue comunicazioni sono cifrate con HTTPS, con conseguente possibilità di effettuare phishing anche dei portali che sfruttano tale protocollo: per un utente l’unico modo per distinguere la seguente pagina web da quella di accesso legittima (ossia l’autentica) sarà l’analisi dell’URL o del certificato digitale (questo secondo caso è spesso prerogativa dei soli addetti ai lavori, programmatori, sistemisti o professionisti InfoSec).
Pagina di accesso fraudolenta visualizzata dalla vittima del phishlet Evilginx2O365 integrato
Se un utente ignaro inserirà le sue credenziali nella pagina di accesso fraudolenta, il sito di phishing le controllerà con Microsoft per assicurarsi che siano autentiche. Successivamente, all’utente verrà richiesta una normale verifica 2FA attraverso uno qualunque dei metodi abilitati sul proprio account M365. Ad esempio, se l’account della vittima è stato configurato per ricevere SMS e/o telefonate come secondo fattore di autenticazione, la schermata che gli si presenterà potrà essere così:
Se la 2FA viene approvata con successo, alla vittima sembrerà di aver effettuato un accesso con le proprie credenziali. Gli sforzi per accedere a risorse aggiuntive richiederanno un altro accesso poiché l’attacker dovrà ora sganciarsi dal sito ingannevole per accedere al vero workspace on-line della vittima. Gli utenti potrebbero essere avvertiti da una richiesta aggiuntiva di autenticazione o dal fatto che tutto ciò che è stato promesso loro nell’e-mail di phishing non è al momento disponibile, ma molti utenti potrebbero ancora non rendersi conto di essere stati oggetto di phishing.
Dall’altra parte (lato attacker) l’operatore del sito di phishing avvierà il comando sessions dalla propria istanza Evilginx2, potendo così visualizzare tutte le credenziali acquisite, nonché i dettagli su qualsiasi sessione specifica e token associati, similmente al seguente screenshot:
L’attacker ora provvederà a copiare il testo del cookie (visibile nella parte inferiore delle informazioni sulla sessione) importandolo in un browser utilizzando qualsiasi plug-in di modifica dei cookie (come ad esempio EditThisCookie). Quando aggiornerà la pagina di accesso di Microsoft, verrà eseguito l’accesso come utente sottoposto a phishing. Il seguente diagramma mostra ad alto livello il workflow dell’attacco:
Evidenze utili a scopo di Digital Forensics Sebbene possa essere intricato identificare con certezza l’uso di un sito di phishing che sfrutti proxy malevoli come Evilginx2, esistono modelli su cui periti forensi e analisti InfoSec possono far affidamento per accertare se un attacker ha effettivamente rubato il cookie di un utente attraverso un sito di phishing, tra cui:
accessi che continuano a essere effettuati da indirizzi IP anomali
tutte le attività degli attacker avranno lo stesso SessionId, anche se il cookie viene spostato dal server di phishing per essere importato in un browser di un altro sistema
gli accessi iniziali dal server di phishing appariranno come la stringa dello User Agent legittimo della vittima
Indirizzi IP anomali In questo scenario è possibile applicare i tipici metodi per identificare compromissioni della posta elettronica. Anche se all’utente sembra che stia accedendo tramite Microsoft, le sue credenziali verranno inviate a Microsoft tramite il sito di phishing, quindi sarà l’indirizzo IP pubblico del phishing server, e non l’IP del device utilizzato dall’utente, che apparirà nei log del primo accesso.
Coerenza dell’ID di sessione L’indirizzo IP del server di phishing viene tracciato a seguito del primo accesso, ma potrebbe cambiare con la successiva attività loggata. Nei tipici attacchi AitM, l’accesso avviene sul server di phishing ma l’autore dell’attacco poi sposta il cookie su di un’altra macchina, per importarlo in un browser. Poiché il cookie è il medesimo, il SessionId nell’Unified Audit Log (“UAL”) sarà coerente tra gli accessi, anche se proverranno da indirizzi IP e/o User Agent differenti. Per gli eventi riconducibili a UserLoggedIn, nell’UAL è possibile reperire il SessionId sotto la voce “Device Properties”.
Esempi di Audit Log unificati che mostrano gli accessi effettuati dagli attacker
Nella griglia l’indirizzo IP del server di phishing è evidenziato in rosso, e termina con .91, mentre l’indirizzo IP del sistema fake gestito dall’attacker è evidenziato in arancione (ha .94 come ultimo ottetto). Gli accessi successivi con l’indirizzo IP .94 si sono verificati quando l’attacker ha importato il cookie catturato dal server di phishing in un browser Chrome, continuando a interagire con l’account della vittima: il SessionId visualizzato in blu è lo stesso durante tutta l’attività di phishing, poiché l’attacker ha riutilizzato il medesimo cookie di autenticazione.
User Agent pattern In molte indagini riguardanti accessi abusivi alle e-mail, chi si occupa di Digital Forensics può rilevare l’attività criminosa seguendo le tracce dello User Agent, che è una stringa che identifica il tipo di dispositivo e il client utilizzati per accedere all’account. Generalmente l’utente legittimo avrà uno User Agent diverso da quello dell’attacker poiché quest’ultimo accede dalla propria infrastruttura. Tuttavia, Evilginx2 è in grado di acquisire la stringa dello User Agent della vittima, dando così la possibilità all’attacker di clonare l’User Agent dell’utente legittimo: questo significa che sebbene il sito di phishing possa essere eseguito su un sistema Linux, se la vittima fa click sul collegamento utilizzando Firefox su un computer Windows 10, lo User Agent che sarà tracciato nei file di log risulterà identico a quello originale della vittima. Nei log UAL mostrati nella griglia, ad esempio, la finta vittima durante i test ha effettuato l’accesso al sito di phishing utilizzando Windows 10 e il browser Opera, lo stesso User Agent che viene rilevato negli accessi iniziali originati dall’indirizzo IP del server di phishing.
Questo tentativo di fondersi con accessi legittimi nei log di autenticazione ha implicazioni sostanziali per gli investigatori: senza uno User Agent anomalo, l’unico chiaro indicatore di compromissione nell’evento di accesso è l’indirizzo IP difforme. In uno scenario in cui l’attacker dovesse impiegare una botnet o un’altra infrastruttura appartenente a ISP aziendali, il rilevamento di questa attività diventerebbe molto complicata.
Nella seconda fase dell’attacco, una volta catturati i cookie, il phisher provvederà a importarli nel suo browser: il truffatore potrà visualizzare lo User Agent dalla sessione catturata all’interno di Evilginx2, e clonarlo all’interno del proprio browser in modo da non destare sospetti.
Tecniche di Prevenzione
Autenticazione FIDO2 I meccanismi di autenticazione basati su hardware che sfruttano i protocolli FIDO2 attualmente sembrano essere il miglior modo per mitigare il rischio che un attacker eluda la 2FA in una qualunque delle sue forme. L’autenticazione FIDO2 utilizza chiavi crittografiche preregistrate (con un servizio come Microsoft 365) per consentire all’utente di autenticarsi su quel sito: la sfida presentata al dispositivo FIDO2 dal servizio include dettagli sull’origine della richiesta (come l’URI del sito) ed é per questo che i tentativi di autenticazione a un sito di phishing fraudolento utilizzando questi protocolli falliscono miseramente. Esempi di autenticazione FIDO2 includono token hardware come Yubikeys o una soluzione integrata nel laptop utente come Windows Hello.
Tuttavia, laddóve sono disponibili anche metodi di autenticazione alternativi, esiste il rischio di attacchi di downgrade all’autenticazione FIDO2: ad esempio, un’organizzazione può aver impostato l’autenticazione FIDO2 come metodo principale, ma in alternativa potrebbe anche consentire l’invio di password monouso (OTP) tramite SMS o e-mail. Oltre a questo rischio, ci sono ragioni logistiche per cui l’autenticazione FIDO2 può essere difficile da implementare, infatti, il suo utilizzo costituisce un cambiamento strutturale per la maggior parte degli utenti e in molti casi comporta costi aggiuntivi per le organizzazioni che allo stato attuale utilizzano standard di autenticazione vetusti.
Circoscrivere gli accessi Le organizzazioni che continuano a utilizzare notifiche push, telefonate o SMS come secondo fattore di autenticazione dovrebbero prendere in considerazione l’utilizzo di un approccio di sicurezza informatica a più livelli che includa anche la limitazione degli accessi esterni agli account utente: questo scenario generalmente viene implementato consentendo l’accesso remoto solo da indirizzi IP approvati, come il range degli indirizzi IP delle VPN aziendali, ma soprattutto richiedendo che i dispositivi di autenticazione siano gestiti dall’organizzazione attraverso l’utilizzo di PKI, certificati digitali e architetture di rete basate sullo standard Zero Trust: tali controlli e modelli architetturali costituiscono misure di Cybersecurity efficaci e drastiche in grado di rendere estremamente difficile la vita alle cybergang.
Protocolli di sicurezza su più livelli Ulteriori tecniche che aiutano a ridurre al minimo il rischio che questo attacco vada a segno già nelle sue fasi iniziali includono l’utilizzo di filtri antispam (utilizzando i filtri incorporati nella piattaforma di posta elettronica aziendale piuttosto che (ancora meglio) quelli disponibili in un’appliance di terze parti) e di proxy web per filtrare il traffico HTTP/HTTPS degli utenti. Attraverso l’uso dei proxy, agli utenti può essere facilmente impedito di visitare siti di phishing noti o altri portali appartenenti a categorie rischiose per la postazione stessa dell’utente ma soprattutto per la rete informatica dell’organizzazione. Un altro fattore chiave è la formazione in ambito Cybersecurity, in particolare sul tema Phishing: istruire dipendenti, manager e consulenti esterni dell’organizzazione a identificare email palesemente contraffatte o pericolose attraverso “campagne di Phishing” a sorpresa, volte a scoprire chi in azienda non è ancora in grado di distinguere un’email autentica da un tentativo di Phishing, è fondamentale, aggiungerei doveroso per un reale progresso della Cybersecurity Posture.
Sebbene la riduzione della durata dei token non impedisca completamente la possibilità di un accesso abusivo agli account target, limita concretamente l’impatto complessivo sull’organizzazione, riducendo al minimo il tempo che un attacker avrà a disposizione per raggiungere i suoi obiettivi fraudolenti. Nello specifico di M365, i Sysadmin possono modificare la durata della sessione: l’accesso condizionato può infatti essere configurato anche per particolari gruppi di utenti, come gli amministratori. Il reset delle password in M365 invaliderà i vecchi token persistenti, costituendo quindi un’efficace deterrente per gli account che hanno subìto questo attacco.
Considerazioni conclusive La Cybersecurity è in continua evoluzione e le capacità degli attacker di eludere la 2FA non sono una novità. I furti di sessione e gli attacchi AitM esistono da anni, ma con il crescente numero di organizzazioni che stanno adottando la 2FA come linea difensiva, gli attacker stanno a loro volta raffinando le tecniche per effettuare accessi abusivi negli account delle vittime. Tali attacchi costituiscono una minaccia non solo per i classici sistemi e servizi di posta elettronica aziendale (BEC), poiché anche altri servizi come Okta, Citrix ecc.. sono potenzialmente a rischio della medesima minaccia. La compromissione di questi account può avere come conseguenza la violazione della rete dell’organizzazione su vasta scala, culminando nella distribuzione a tappeto di ransomware, nel furto e/o nell’esfiltrazione di dati, nonché, dulcis in fundo, nell’installazione di kit APT per un futuro riutilizzo o rivendita delle backdoor impiantate nella rete del target, ovviamente a totale insaputa dell’organizzazione.
Gli attacker possono potenzialmente aggirare la 2FA anche senza possedere le competenze tecniche necessarie per creare un sito di phishing proxy. Servizi di Phishing-as-a-Service si noleggiano per circa duecento euro al mese, una cifra irrisoria rispetto a quanto può guadagnare illecitamente un truffatore da un singolo bonifico bancario reindirizzato. Scenario ancora più facile per l’attacker è quello in cui l’utente target (o potremmo dire utOnto in questo caso!) disgraziatamente accetti notifiche push sul proprio smartphone anche quando non ha avviato di sua iniziativa il logon su di un portale web: sebbene la 2FA sia uno strumento indispensabile e non negoziabile nel mondo della Cybersecurity, non costituisce una soluzione definitiva. Perduto e perso chi crede fermamente il contrario.
A lavoro, a casa, o all’università hanno inserito dei blocchi che ti impediscono di accedere a WhatsApp con la connessione che utilizzi? E allora tu bypassa i blocchi sfruttando un proxy server!
Da qualche giorno WhatsApp ha introdotto la possibilità di accedere ai suoi servizi attraverso server proxy. Questa nuova funzionalità permette alle persone di accedere e mantenere l’accesso a WhatsApp anche se c’è in atto un tentativo di bloccare le connessioni, o interromperle. Scegliendo di transitare attraverso un proxy, potrai sostanzialmente collegarti a WhatsApp tramite un server “ponte” esterno creato da volontari e/o organizzazioni umanitarie in tutto il mondo per consentire alle persone di comunicare liberamente (i tuoi messaggi personali continueranno a essere protetti da crittografia end-to-end… a parte i metadati (il problema sulla mancata cifratura dei metadati si manifesta comunque anche senza l’utilizzo di server proxy)).
Questa opzione è disponibile attraverso il menù delle Impostazioni per tutti gli utenti che stanno utilizzando la versione più recente di WhatsApp.
Un proxy server espone più porte a seconda dello scenario in cui lo si utilizza, tuttavia le porte di default tipicamente includono:
porta 80: per il traffico HTTP (meglio non utilizzare questa porta)
porta 443: per il traffico web cifrato attraverso il protocollo HTTPS
porta 5222: per il traffico di rete del protocollo XMPP/Jabber (il default per WhatsApp)
Dunque, come collegarti con un proxy? (istruzioni per i sistemi basati su Android)
individua l’indirizzo IP di un proxy server (in rete trovi tanti blog, articoli e video che spiegano come fare, nonché liste di proxy server aggiornate anche a poche ore fa: basta cercare)
Nella scheda Chat, seleziona la voce di menù Altre opzioni > Impostazioni
successivamente Spazio e dati > Proxy
pigia ora su Usa proxy
pigia quindisu Imposta proxy e inserisci l’indirizzo IP pubblico del proxy che hai individuato precedentemente
conferma facendo click su Salva
apparirà una piccola icona con un segno di spunta verde, ma solo se la connessione al proxy è riuscita!
diversamente, se non riesci a inviare o ricevere messaggi WhatsApp utilizzando il proxy che hai inserito, sono possibili due scenari:
è possibile che quel proxy nel frattempo sia stato bloccato, oppure
quel proxy non è più on-line per qualche motivo (manutenzione, piuttosto che abbia raggiunto il numero massimo di connessioni contemporanee configurate dal sysadmin per l’intervallo temporale in cui stai provando a collegarti)
in entrambi gli scenari puoi selezionare e tener premuto l’indirizzo IP del proxy per eliminarlo, e successivamente inserire l’indirizzo IP di un altro proxy per riprovare la connessione
Puoi consultare i seguenti link per ulteriori informazioni:
link3 (interessante paginetta per chi non volesse affidarsi ad un proxy di qualcun altro, ma desiderasse mettere in piedi il proprio…magari piazzandolo in qualche datacenter estero poco propenso a mantenere i log delle connessioni dei propri clienti)
…o contattarmi se hai problemi con i proxy pur avendone provati diversi
SAGE è un software Open-Source nonché freeware (FOSS) che implementa un sistema di matematica e algebra informatica, flessibile e di facile apprendimento. Un CAS (Computer Algebra System) è un software in grado di eseguire calcoli simbolici e numerici: i CAS sono utilizzati per l’insegnamento, e da qualche anno costituiscono uno strumento ideale per estendere l’esperienza d’apprendimento in un corso di Crittografia. A differenza dei concorrenti come “Mathematica”, “Maple” e “MATLAB”, per gli utenti SAGE non sono richiesti costi o accordi di licenza da sottoscrivere, pertanto lo si può installare gratuitamente su computer e reti informatiche in scuole, università e Academy, e gli studenti possono scaricare individualmente il software sui propri personal computer per un eventuale riutilizzo anche a casa.
Un altro vantaggio dell’utilizzo di SAGE, è che gli studenti apprendono un software flessibile che può essere utilizzato per studiare anche numerosi problemi crittografici, non solo matematici. A seconda del tuo sistema operativo, puoi scaricare SAGE da questa pagina.